sabato 2 maggio 2026

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Benito – Le rose e le spine – ovvero i miracoli (o i misfatti?) della IA in un romanzo d’appendice

 

Benito – Le rose e le spine –

ovvero i miracoli (o i misfatti?) della IA in un romanzo d’appendice

Mi sono imbattuta in Benito – Le rose e le spine –, ultima pubblicazione di Alessandra Mussolini, per puro caso. Cercavo tasselli mancanti in genealogie e parentele varie di Predappio: da quando papà non c’è più, lui che era la memoria storica della nostra famiglia e delle nostre origini, ho il terrore di dimenticare nomi, luoghi, persone, fatti. Ho un disperato bisogno di sentirmi ancorata alle mie radici.

Insomma, ho trovato questo libro. Benché in copertina compaia solo il nome di Alessandra Mussolini, in realtà gli autori sono due: lei e Franco Moschi, curatore delle memorie storiche della famiglia Mussolini nonché lontano parente di Alessandra. D’altra parte, in un piccolo paese, tutti sono più o meno imparentati con tutti. Franco e Alessandra sono stati compagni di avventure e scorribande di tutta la mia infanzia: insieme abbiamo giocato a nascondino, stanato rane e ranocchi negli angoli più bui, abbiamo riso e litigato. Franco era un ragazzino tranquillo, riflessivo, educato; c’era già, in lui, il gentiluomo che è oggi. Alessandra era caciarona e prepotente: non la sopportava nessuno.

Ho comprato il libro non per il titolo (ne parlo dopo) ma perché il risvolto di copertina promette la ricostruzione dello «sfondo di una Romagna contadina di fine Ottocento, tra i morsi della miseria, le ingiustizie sociali e l’ardore degli ideali», dunque una Romagna non tanto diversa da quella che ho vissuto io quando ero bambina. Mi intrigava inoltre la promessa dello svelamento di un «segreto» riguardante donna Rachele, «custodito gelosamente per decenni». Soprattutto, speravo di trovare almeno alcuni dei tasselli mancanti che andavo cercando.

Bene. Delusione totale, o quasi.

 Benito – Le rose e le spine – è un romanzo, senza alcun dubbio, e lo si legge con estrema facilità: narrazione in terza persona, personaggi ben delineati, abbondanza di descrizioni e di dialoghi, progressione cronologica lineare. Peccato che la «Romagna contadina di fine Ottocento» sia esattamente identica alla Sicilia di un romanzo verghiano, o alle Langhe fenogliane, e peccato che il contenuto consista in episodi e aneddoti già raccontati, scritti, letti e riletti in altri memoires simili (per esempio in Donna Rachele mia nonna, un libro veramente orrendo, oppure nell’antesignano ma ben più onesto Rachele, di Anita Pensotti).

Farebbe eccezione la rivelazione del tradimento di donna Rachele, se non fosse che tale tradimento era già stato svelato da altri (per esempio da Giordano Bruno Guerri in Benito. Storia di un italiano), ben prima di Alessandra Mussolini, e se non fosse che l’episodio è ricostruito e raccontato con toni da feuilleton degni di Liala o di Carolina Invernizio. Le uniche parti apprezzabili stanno forse nella ricerca delle motivazioni di tale tradimento, che forse rimandano alle personali, personalissime vicende familiari dell’Autrice.

Il titolo? Il titolo, così come la foto in copertina, ha ben poco a che vedere con il contenuto, visto che vi si parla sì, ovviamente, di Mussolini, ma tutto il libro è in realtà incentrato sulla figura di donna Rachele, sulle sue vicende, sulla sua interiorità e sulle sue contraddizioni. Uno specchietto per le allodole, insomma. Il sottotitolo, poi, Le rose e le spine, è lasciato nel suo significato all’intuizione del lettore, riferendosi, evidentemente, alle varie fasi del rapporto tra Rachele e Benito, ma tale espressione non è mai, dico mai, presente nelle 258 pagine del romanzo.

E veniamo agli aspetti formali. Come detto, la lettura è assai facile e scorrevole ma, ahimè, solo in quanto palesemente frutto di un ricorso massiccio alla IA: descrizioni convenzionali e stereotipate, similitudini e metafore usurate, dialoghi più che prevedibili, sintassi perfettamente corretta ma ripetitiva, rigorosamente con non più di due subordinate per ogni periodo. Non dubito che una tale lettura incontri i gusti di un pubblico di bocca buona (tra le recensioni su Amazon c’è chi non esita a definire il libro un «capolavoro» 😳), ma… diciamo che Proust è un’altra cosa.

Quasi quasi rimpiango i temi dei miei alunni: incoerenti, sconclusionati, scorretti fino all’inverosimile ma, almeno, infinitamente “veri”.