
sabato 2 maggio 2026
Benito – Le rose e le spine – ovvero i miracoli (o i misfatti?) della IA in un romanzo d’appendice
Benito – Le rose e le spine –
ovvero i miracoli (o i misfatti?) della IA in un romanzo d’appendice
Ho comprato il libro non per il titolo (ne parlo dopo) ma perché il risvolto di copertina promette la ricostruzione dello «sfondo di una Romagna contadina di fine Ottocento, tra i morsi della miseria, le ingiustizie sociali e l’ardore degli ideali», dunque una Romagna non tanto diversa da quella che ho vissuto io quando ero bambina. Mi intrigava inoltre la promessa dello svelamento di un «segreto» riguardante donna Rachele, «custodito gelosamente per decenni». Soprattutto, speravo di trovare almeno alcuni dei tasselli mancanti che andavo cercando.
Bene. Delusione totale, o quasi.

Benito – Le rose e le spine – è un romanzo, senza alcun dubbio, e
lo si legge con estrema facilità: narrazione in terza persona, personaggi ben
delineati, abbondanza di descrizioni e di dialoghi, progressione cronologica
lineare. Peccato che la «Romagna contadina di fine Ottocento» sia esattamente
identica alla Sicilia di un romanzo verghiano, o alle Langhe fenogliane, e
peccato che il contenuto consista in episodi e aneddoti già raccontati,
scritti, letti e riletti in altri memoires simili (per esempio in Donna
Rachele mia nonna, un libro veramente orrendo, oppure nell’antesignano ma
ben più onesto Rachele, di Anita Pensotti).
Il titolo? Il titolo, così come la foto in copertina, ha ben poco a che vedere con il contenuto, visto che vi si parla sì, ovviamente, di Mussolini, ma tutto il libro è in realtà incentrato sulla figura di donna Rachele, sulle sue vicende, sulla sua interiorità e sulle sue contraddizioni. Uno specchietto per le allodole, insomma. Il sottotitolo, poi, Le rose e le spine, è lasciato nel suo significato all’intuizione del lettore, riferendosi, evidentemente, alle varie fasi del rapporto tra Rachele e Benito, ma tale espressione non è mai, dico mai, presente nelle 258 pagine del romanzo.
E veniamo agli aspetti formali. Come detto, la lettura è assai facile e scorrevole ma, ahimè, solo in quanto palesemente frutto di un ricorso massiccio alla IA: descrizioni convenzionali e stereotipate, similitudini e metafore usurate, dialoghi più che prevedibili, sintassi perfettamente corretta ma ripetitiva, rigorosamente con non più di due subordinate per ogni periodo. Non dubito che una tale lettura incontri i gusti di un pubblico di bocca buona (tra le recensioni su Amazon c’è chi non esita a definire il libro un «capolavoro» 😳), ma… diciamo che Proust è un’altra cosa.
Quasi quasi rimpiango i temi dei miei alunni: incoerenti, sconclusionati, scorretti fino all’inverosimile ma, almeno, infinitamente “veri”.


