Sento sulla mia la tua guancia ispida degli ultimi giorni, quando non riuscivi più a farti la barba.
Sento sotto la pelle delle mani la pelle avvizzita e squamosa delle tue gambe scheletrite, quando hai accettato che te le massaggiassi con un po’ di crema. Mi sono liquefatta di un amore e di un orgoglio incredulo quando hai detto a mamma, che ti proponeva la stessa cosa, “No, me lo fa Daniela”. La piega delle tue labbra mentre ti ungevo i piedi, un pomeriggio, distese in una beatitudine che mai avresti ammesso, è una delle immagini più sconvolgenti che mi porto dentro. Scusami, scusami, se l’ultima volta ho usato i guanti.
Ho negli occhi i tuoi occhi, già acquosi ma ancora beffardi, mentre mi dicevi “Io so che tu sai”. Sì, in ospedale l’avevano detto a noi prima che a te. Non ci sono state parole tra noi, in quel momento, solo un mio annuire e uno stringerci le mani, piano, con infinito pudore.
Dopo, non c’è voluto molto.
Quel che resta è un mazzo di fiori finti sulla tua lapide fredda.
Che bei fiori.

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