giovedì 30 aprile 2026

Quel che resta

Sento sulla mia la tua guancia ispida degli ultimi giorni, quando non riuscivi più a farti la barba.

Sento sotto la pelle delle mani la pelle avvizzita e squamosa delle tue gambe scheletrite, quando hai accettato che te le massaggiassi con un po’ di crema. Mi sono liquefatta di un amore e di un orgoglio incredulo quando hai detto a mamma, che ti proponeva la stessa cosa, “No, me lo fa Daniela”. La piega delle tue labbra mentre ti ungevo i piedi, un pomeriggio, distese in una beatitudine che mai avresti ammesso, è una delle immagini più sconvolgenti che mi porto dentro. Scusami, scusami, se l’ultima volta ho usato i guanti.

Ho negli occhi i tuoi occhi, già acquosi ma ancora beffardi, mentre mi dicevi “Io so che tu sai”. Sì, in ospedale l’avevano detto a noi prima che a te. Non ci sono state parole tra noi, in quel momento, solo un mio annuire e uno stringerci le mani, piano, con infinito pudore.

Dopo, non c’è voluto molto.


Quel che resta è un mazzo di fiori finti sulla tua lapide fredda.

Che bei fiori.

 

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